
IL GIOCO UNO A CINQUE DEL TAMBURO è la recente silloge firmata da Claudia Maria Franchina, edita da Giuliano Ladolfi Editore (2024), terzo volume della collana Onice curata anche nella post fazione da Carlo Ragliani. La struttura del libro si articola in un preambolo e in cinquanta testi poetici a volte frazionati in simil-sezioni intitolate (La regola, nel mondo, d’amore e vuoto). La raccolta si snoda in un crescendo ben articolato e studiato dove la figura centrale è la donna, non necessariamente delineante l’autrice, che svela il proprio sentire in un’atmosfera oscura e opaca, ma ben definita negli argomenti trattati. Lo stile poetico ricercato e mai abbandonato alla pura emotività, rappresenta uno dei punti forza di questa terza raccolta della Franchina che, per chi conosce i suoi precedenti lavori, affina e unisce alle sue capacità letterarie una precisa sonorità che accompagna tutti i testi.
Una citazione di Anna A. Achmátova, introduce alla lettura del libro. Considerata tra le maggiori poetesse russe e candidata nel 1965 al premio Nobel per la letteratura, fu tra le più critiche penne contro lo stalinismo, periodo storico nel quale il suo primo marito fu fucilato e il suo secondo marito e il figlio furono condannati alla detenzione. Ricevette riabilitazione letteraria dalle autorità sovietiche in tarda età. Non a caso una tale personalità viene citata nel contesto di una silloge dove lo stesso Ragliani ne definisce “virgo cruenta” la regola d’amore prospettata dall’autrice e che introduce al testo Homo ridens come una sorta di monito alle innate differenze tra i sessi. In tutta la prima “sezione”, non titolata, la Franchina propone spesso poesie con riferimenti classici (nel titolo o nel contenuto) a personaggi mitologici e tributi ad opere pittoriche come quelle di Mosè Bianchi e Leonora Carrington. In questo spirito descrittivo ed onirico, la parola poetica s’intensifica nella realizzazione di testi intrisi di sonorità e forse inneggianti a un lirismo con risonanze dantesche. […] Questo corpo a bocconi, condannato / per l’anima a perire, ancor si ostina: è il serpe della terra che riunisce / l’inferno a quella costola del sogno”.
Giungiamo quindi alla mini-sezione denominata “la regola” contenente il testo poetico a cui attinge il titolo dell’intera silloge: il gioco uno a cinque del tamburo che pare voglia imporre da questo momento una sorta di svolta alla raccolta stessa. Temi più vaghi e pacati del destino, della nascita e della morte, lasciano spazio a tematiche di violenza e catastrofi che rendono la sezione “nel mondo” particolarmente cruda e attuale, accanto a dediche toccanti come quelle a Lola Daviet e a Letizia Battaglia.
L’ultima sezione – d’amore e vuoto – rappresenta, nel soggettivo percepire, la vera anima di questa silloge, ma soprattutto della sua autrice. Amore, famiglia, malattia, nozze sono alcuni degli argomenti trattati con profondo sentire e accurata ricerca stilistica. Tematiche personali e profonde che come in un elegante genere noir si propongono al lettore senza riserbo, non spiegano, non chiedono: descrivono. La lama tagliente della Franchina è il volontario utilizzo di una poetica profondamente connessa alla letteratura spesso straniera, caratterizzata dalla ricercatezza del verbo e del suono, anche a discapito di una non immediata comprensione, ma certamente nella realizzazione di una marcata atmosfera nebbiosa e a tratti inquietante.
“Dunque è questa la regola che vince / il mondo e la sua musa primordiale / d’amore e vuoto: attendere a ogni scontro / il suo fatale”. L’incontro “amoroso” spesso descritto dall’autrice non lascia spazio all’immaginazione o al lieto fine. L’autrice preferisce un poetare forte e seducente allo stesso tempo, il suono come ad affievolire i contenuti o le descrizioni di sentimenti amorosi di cui la donna patisce ma non perisce, anzi impara e razionalizza l’umana debolezza: “di te invece conserverò ogni cosa / nelle vene, anche il tuo sprezzo, sbocciate / in garofani al tuo tocco : “ Col fuoco / si nutrirà la terra – mi baciavi – / e di niente resterà memoria.”
È indubbia la delicata tenacia poetica in tema di sofferenza quando “il corpo si ribella alla sua carne, a ogni goccia di cancro il tuo sudore: la cura fa più male e si nutre alla fonte dei tuoi occhi”. Se Ragliani nella postfazione asserisce che la Franchina scommette sulla scrittura e sul fare poesia, è forse verosimile immaginare di scommettere sulla capacità del lettore di percepire le spietate regole della vita attraverso l’incanto poetico, che di suono vive e, ancor di più oggi, sopravvive.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da IL GIOCO UNO A CINQUE DEL TAMBURO
Conoscevano ben poco dell’altro
ancora meno di sé stessi eppure
per loro vivere era luce – il gioco
uno a cinque del tamburo – rivoltella
alla tempia, la testa contro il cuore –
ché il rischio è in ogni cosa, anche l’amore
dalla coscia a salire – un tocco un gemito
si spezza nella gola e toglie amore.
Amarsi muti senza voglia, altare
dove morirsi dentro – e poi sparire.
***
Dai filari delle torri vedo il mare
puro suono di campane oltre la riva.
C’è il tuo profumo a me più caro, il tuo calore
poi il salmastro salmodiare della ripa.
Tu sei
come assorto in una valle sotterranea
cesellata dallo schiumare delle onde
eppure tutto dentro il corpo mi sussurri
e il ritorno già ci mesce alla deriva.
Claudia Maria Franchina (1990) si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano e in Filologia e Lettere Moderne e Comparate presso l’Università del Piemonte Orientale. Ha lavorato per diversi anni come insegnante ed educatore; attualmente è inserita nel settore della profumeria artistica. Sue sono le raccolte poetiche Cenere Organza (Eretica, 2021), Erebo (Nulla Die, 2022) e il racconto breve L’attesa (Macchione, 2021).




